Perché il linguaggio non serve solo a descrivere la realtà. Serve anche a costruirla nella nostra mente.
Chi usa sistematicamente parole ingannatrici o concetti privi di fondamento raramente si percepisce come un manipolatore. Nella maggior parte dei casi è sinceramente convinto di essere chiaro, logico e perfino onesto. Questo accade per diversi motivi.
Anzitutto, le parole modellano il pensiero. Se ripeto abbastanza a lungo una certa espressione — "difendere la libertà", "volontà del popolo", "merito", "tradizione", "sicurezza", "buon senso" — quella formula finisce per sostituire l'analisi della realtà. Non sto più verificando se ciò che dico è vero: sto semplicemente riconoscendo un'etichetta che ormai considero ovvia.
C'è poi il fenomeno della coerenza interna. Il cervello cerca continuamente di evitare il conflitto tra ciò che pensa di essere e ciò che fa. Se mi considero una persona onesta, tenderò inconsciamente a reinterpretare anche le mie distorsioni come necessarie, giuste o addirittura benefiche. È molto difficile convivere con l'idea di mentire deliberatamente; è molto più facile convincersi che "gli altri non capiscono".
Un altro elemento è il linguaggio del gruppo. Ogni comunità politica, religiosa, culturale o professionale sviluppa un proprio vocabolario. All'interno del gruppo certe parole assumono significati condivisi che sembrano naturali. Chi le usa riceve continue conferme dagli altri membri. Si crea così una sorta di eco: le stesse definizioni vengono ripetute fino a sembrare evidenti. L'inganno non nasce necessariamente dalla malafede, ma dall'assenza di confronto con linguaggi diversi.
Esiste anche un aspetto emotivo. Le persone non scelgono prima le idee e poi le parole; molto spesso provano prima un'emozione e cercano poi le parole che la giustifichino. La rabbia, la paura, il risentimento o il desiderio di appartenenza spingono a preferire parole semplici, assolute, rassicuranti. Una parola efficace emotivamente viene facilmente scambiata per una parola vera.
Infine c'è il potere delle metafore e degli eufemismi. Cambiare il nome di una cosa cambia il modo in cui la percepiamo. Una guerra può diventare una "missione di pace". Un licenziamento una "razionalizzazione". Una discriminazione una "tutela dell'identità". La realtà non cambia, ma cambia la distanza emotiva con cui la osserviamo. Dopo un po', persino chi ha coniato quell'espressione finisce per abitarla.
Questo porta a una riflessione importante: il linguaggio ingannatore più pericoloso non è quello pronunciato da chi sa di mentire. È quello pronunciato da chi ha finito per credere alle proprie parole.
Per questo la chiarezza non coincide con la sincerità. Una persona può esprimersi con assoluta convinzione e tuttavia comunicare un sistema di idee profondamente falso. La convinzione è una prova della forza di una credenza, non della sua verità.
George Orwell lo aveva intuito con straordinaria lucidità: quando il linguaggio si impoverisce o si deforma, non diventa solo più difficile dire la verità; diventa persino più difficile pensarla. E forse il primo antidoto all'inganno non è imparare a parlare meglio, ma imparare a diffidare delle parole che sembrano troppo perfette, troppo assolute, troppo rassicuranti per aver davvero attraversato la complessità del reale.




