venerdì 18 settembre 2026

LA PROPAGANDA POLITICA - Quando comunicare non significa più farsi capire

La propaganda è comunicazione?

Sì. Ed è proprio questo il problema.

Siamo abituati a pensare alla propaganda come a una degenerazione della comunicazione: menzogne, manipolazioni, slogan ripetuti, immagini costruite per ingannare. In realtà la propaganda utilizza gli stessi strumenti di qualsiasi altro processo comunicativo: parole, immagini, simboli, emozioni, selezione delle informazioni, ripetizione, costruzione del contesto. Anche la persuasione, del resto, è un processo comunicativo perfettamente normale: consiste nel tentativo intenzionale di modificare un atteggiamento attraverso un messaggio.

La differenza, quindi, non sta semplicemente negli strumenti. Sta nel rapporto che costruiamo con chi riceve il messaggio.

Comunicare può significare offrire a qualcuno gli elementi necessari per comprendere e, successivamente, decidere. La propaganda tende invece a costruire il percorso inverso: parte dalla decisione alla quale vuole condurci e organizza il racconto della realtà perché quella decisione appaia naturale, necessaria o inevitabile.

Non deve necessariamente mentire.

Le basta scegliere.

La realtà secondo necessità

Questa è probabilmente una delle caratteristiche più insidiose della propaganda politica. Una fotografia può essere autentica, un numero corretto, una dichiarazione realmente pronunciata e un avvenimento perfettamente documentato. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, deve essere falso perché il risultato complessivo possa risultare fuorviante.

Basta decidere quale fotografia mostrare e quale no, quale numero utilizzare, dove cominciare una storia, dove interromperla e quale parola scegliere per definirla.

La propaganda è anche montaggio della realtà.

Non costruisce necessariamente un mondo inesistente: seleziona quello esistente secondo una conclusione già stabilita. Per questo confondere propaganda e menzogna rischia di renderci più vulnerabili. Se cerchiamo soltanto ciò che è falso, possiamo non accorgerci della manipolazione costruita attraverso elementi veri.

Il problema non è soltanto che cosa mi stanno mostrando?, ma anche che cosa manca dall'inquadratura?

La semplificazione come premessa

La propaganda politica ha poi una necessità quasi fisiologica: semplificare.

La realtà sociale è irritante. Le cause sono numerose, le responsabilità distribuite, gli effetti contraddittori. Una stessa decisione può produrre vantaggi per qualcuno e conseguenze negative per qualcun altro. Le persone possono essere contemporaneamente vittime in una situazione e responsabili in un'altra.

Tutto questo comunica malissimo.

La propaganda rimette ordine.

Riduce le cause, accorcia le conseguenze e assegna i ruoli. Individua il problema, trova il responsabile, definisce la vittima e, quando serve, costruisce il nemico. Il mondo diventa immediatamente più leggibile.

Non necessariamente più vero.

È qui che potremmo utilizzare una metafora volutamente brutale: la semplificazione è il tumore della comprensione e la propaganda può diventarne la metastasi politica.

Non perché ogni semplificazione sia propaganda. Comunicare significa inevitabilmente selezionare e sintetizzare. La differenza sta altrove: la semplicità arriva all'essenziale dopo aver attraversato la complessità; la semplificazione elimina la complessità che disturba la conclusione.

La propaganda compie il passo successivo: utilizza quella conclusione per orientare la nostra percezione.

Non basta convincerci. Bisogna farci sentire

La politica conosce da sempre una verità elementare: gli esseri umani non prendono decisioni soltanto sulla base di argomentazioni razionali. La ricerca psicologica sulla comunicazione politica conferma il peso delle emozioni, della fiducia, dei valori percepiti e dell'identificazione con candidati e gruppi.

Paura, speranza, rabbia, orgoglio, risentimento e appartenenza non sono accessori del messaggio politico. Possono diventarne la struttura.

La propaganda non deve quindi dimostrare necessariamente che qualcosa sia vero. Deve riuscire a farcelo percepire come sufficientemente vero da provocare una reazione.

Se un'immagine produce paura, la paura diventa parte dell'interpretazione dell'immagine. Se una parola viene associata abbastanza volte a un gruppo, quell'associazione può progressivamente apparire naturale. Se continuiamo a vedere soltanto determinati episodi appartenenti alla stessa categoria, possiamo cominciare a percepire quell'eccezione come una condizione generale.

La ripetizione, l'identificazione con il gruppo, l'autorità della fonte e altri meccanismi di influenza sociale sono da tempo oggetto della psicologia della persuasione.

La propaganda politica non ha inventato questi meccanismi. Ha imparato a usarli.

Il nemico perfetto

C'è poi una figura particolarmente utile alla semplificazione politica: il nemico.

Il nemico possiede straordinarie qualità comunicative. Ha un volto, un nome, un'identità. Permette di trasformare fenomeni astratti in conflitti comprensibili e problemi sistemici in responsabilità personali.

Il nemico ci ruba il lavoro, minaccia la nostra identità, impoverisce il Paese, corrompe i giovani, distrugge i valori, controlla l'informazione. Cambia secondo le epoche, i Paesi e le appartenenze politiche, ma la funzione comunicativa rimane sorprendentemente stabile.

Naturalmente i conflitti reali esistono e le responsabilità politiche devono poter essere individuate e discusse. Il problema nasce quando l'esistenza del responsabile sostituisce l'analisi delle cause.

Sapere chi accusare può essere emotivamente soddisfacente.

Capire perché qualcosa accade è molto più faticoso.

Il propagandista ha bisogno di noi

Sarebbe però troppo comodo fermarsi qui. Ci permetterebbe di costruire un'altra rassicurante divisione: da una parte chi manipola, dall'altra noi che veniamo manipolati.

La propaganda funziona anche perché incontra bisogni che già possediamo.

Abbiamo bisogno di coerenza. Preferiamo informazioni compatibili con ciò che pensiamo. Ci fidiamo più facilmente delle persone nelle quali ci riconosciamo. Cerchiamo spiegazioni causali e abbiamo una naturale difficoltà a convivere a lungo con l'incertezza.

La propaganda ci offre una scorciatoia.

Ci dice cosa è successo, perché è successo, chi ne è responsabile e, soprattutto, da che parte dobbiamo guardare per riconoscere i prossimi eventi.

Da quel momento può accadere qualcosa di ancora più interessante: non abbiamo più bisogno che qualcuno censuri le informazioni contrarie alle nostre convinzioni.

Possiamo farlo da soli.

Il fatto che conferma ciò che pensiamo diventa una prova; quello che lo contraddice diventa sospetto. Non giudichiamo più l'informazione soltanto per il suo contenuto, ma per la sua provenienza: chi lo dice? Da che parte sta? A chi conviene?

La propaganda ha raggiunto il suo risultato più sofisticato quando non ha più bisogno di difendersi dalle contraddizioni.

Siamo noi a difenderla.

La propaganda nell'epoca dell'algoritmo

A tutto questo si aggiunge oggi una trasformazione che rende il problema qualitativamente diverso. La propaganda di massa del Novecento parlava, per definizione, alle masse. La comunicazione digitale può invece rivolgersi contemporaneamente a milioni di persone mostrando a ciascuna messaggi differenti.

Il microtargeting permette di adattare i messaggi alle caratteristiche del pubblico; gli strumenti di intelligenza artificiale rendono possibile produrre rapidamente molte varianti dello stesso contenuto. La ricerca contemporanea sulla disinformazione considera proprio questa combinazione fra profilazione, messaggi personalizzati e produzione automatizzata una delle trasformazioni rilevanti dell'ambiente informativo digitale.

La vecchia propaganda aveva bisogno di un manifesto abbastanza efficace da parlare a tutti.

Quella contemporanea può cercare il messaggio più efficace per parlare proprio a me.

Non cambia soltanto la quantità della comunicazione. Cambia la possibilità di adattare la persuasione alle paure, alle aspettative e alle convinzioni del destinatario.

Il vero obiettivo non è impedirci di pensare

È qui, forse, che la propaganda politica mostra il suo risultato più ambizioso.

Impedire alle persone di pensare è difficile. Impedire loro di parlare richiede censura, controllo, repressione. Convincerle che non sia più necessario farsi domande può essere molto più semplice.

La propaganda perfetta non è quella che ci consegna una risposta a ogni domanda.

È quella che costruisce un mondo nel quale alcune domande non ci vengono più in mente.

Se conosco già il problema, il responsabile, il nemico e la soluzione, perché dovrei continuare a cercare? Se ogni nuovo avvenimento conferma la rappresentazione che possiedo, perché dovrei metterla in discussione?

È questo il punto nel quale la propaganda smette di essere soltanto un problema della politica e diventa un problema della comunicazione.

Perché comunicare dovrebbe significare anche lasciare all'altro uno spazio nel quale interpretare, verificare, dissentire e persino cambiare idea.

La propaganda occupa quello spazio prima che possa farlo lui.

Ed è per questo che riconoscerla non significa semplicemente imparare a smascherare le bugie. Significa conservare qualcosa di molto più faticoso: la disponibilità a dubitare anche delle informazioni che confermano ciò che vorremmo fosse vero.

La propaganda ci offre una comodità formidabile: credere al posto di comprendere.

Comprendere richiede tempo, contraddizione, dubbio e la possibilità di scoprire che avevamo torto.

In compenso possiede un piccolo vantaggio.

Lascia aperta la porta alla domanda successiva.

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