Semplificazione, comprensione e potere
La semplificazione ci evita la fatica di comprendere. La propaganda ci offre qualcosa in cui credere al posto di ciò che non abbiamo più bisogno di capire.
È una distinzione sottile, perché semplificare non è necessariamente un male. Al contrario, una buona comunicazione dovrebbe riuscire a rendere accessibile ciò che è complesso senza tradirne il significato. Spiegare bene significa anche scegliere, ordinare, sintetizzare. Nessun racconto della realtà può contenere tutta la realtà.
Il problema comincia quando non semplifichiamo più il modo di raccontarla, ma la realtà stessa. Eliminiamo relazioni, cause, contraddizioni e sfumature fino a ottenere una rappresentazione abbastanza semplice da essere immediatamente comprensibile e, soprattutto, utilizzabile. È allora che la semplificazione smette di essere uno strumento della comprensione e comincia a diventarne il sostituto.
La semplificazione è il tumore della comprensione
La metafora è volutamente brutale e, come tutte le metafore, imperfetta. Ma descrive qualcosa che vale la pena osservare: la semplificazione non aggredisce necessariamente la comprensione dall'esterno. Può crescere dentro i suoi stessi meccanismi, utilizzandone gli strumenti — parole, spiegazioni, immagini, relazioni di causa ed effetto — fino ad alterarne la funzione.
Comprendere significa mettere in relazione. Un fatto acquista significato quando riusciamo a collocarlo dentro una rete di cause, circostanze e conseguenze. Una guerra non nasce da una dichiarazione, un fenomeno migratorio non dipende da una sola causa, una crisi economica non può essere spiegata da un unico indicatore e una trasformazione sociale raramente possiede un solo responsabile.
La semplificazione procede invece per sottrazione. Riduce le cause, elimina le contraddizioni, accorcia la catena delle conseguenze e tende a individuare rapidamente qualcuno al quale attribuire ciò che accade. A quel punto il mondo torna rassicurantemente leggibile: c'è un problema e c'è chi lo ha provocato; ci sono vittime e colpevoli, noi e loro, il bene e il male.
Questo non significa che responsabilità, vittime e colpevoli non esistano. Significa qualcosa di diverso e molto più importante: individuare una responsabilità non equivale ancora a comprendere un fenomeno.
La semplificazione più efficace, del resto, non è necessariamente falsa. Spesso contiene una parte di verità, ed è proprio quella parte a renderla credibile. Il problema è ciò che viene lasciato fuori.
Qui passa la differenza tra semplicità e semplificazione. La semplicità è il risultato di un lavoro: attraversare la complessità e riuscire a raccontarne l'essenziale. La semplificazione evita quel lavoro e arriva direttamente alla conclusione.
Una buona spiegazione rende una realtà complessa più comprensibile. Una cattiva spiegazione rende la realtà apparentemente semplice.
Non è affatto la stessa cosa.
La propaganda è la metastasi politica della semplificazione
Se accettiamo la prima metafora, possiamo spingerla un po' più avanti: la propaganda è la metastasi politica della semplificazione. Prende una rappresentazione impoverita della realtà, la organizza, la orienta verso uno scopo e la diffonde.
Sarebbe però un errore identificare la propaganda semplicemente con la menzogna. Se funzionasse soltanto attraverso notizie false, fotografie contraffatte e numeri inventati, riconoscerla sarebbe molto più facile.
La propaganda può raccontare fatti veri. Può utilizzare fotografie autentiche, statistiche corrette, episodi realmente accaduti e dichiarazioni perfettamente documentabili. Il suo potere non consiste necessariamente nell'inventare una realtà inesistente, ma nel selezionare quella esistente.
La propaganda non ha bisogno di inventare un'altra realtà. Le basta scegliere quali pezzi di quella esistente mostrarci e in quale ordine.
Una fotografia autentica può produrre una rappresentazione ingannevole del fenomeno che pretende di descrivere. Un numero corretto può diventare fuorviante quando viene separato dal contesto. Un episodio realmente accaduto può essere trasformato nella dimostrazione di una regola generale che non esiste.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la verità dei singoli elementi, ma la relazione che costruiamo fra quegli elementi.
È il montaggio della realtà.
La propaganda decide cosa entra nell'inquadratura e cosa resta fuori, quale fatto viene prima e quale dopo, quale parola deve definirlo e, soprattutto, quale emozione deve accompagnarlo.
È qui che Spinoza diventa sorprendentemente contemporaneo. Nella sua filosofia gli esseri umani non sono soggetti governati esclusivamente dalla ragione. Gli affetti partecipano profondamente alla nostra maniera di giudicare e agire; speranza e paura, in particolare, assumono anche una dimensione politica. La libertà non consiste allora nell'immaginarsi immuni dalle passioni, ma nell'aumentare la capacità di comprenderne le cause e, quindi, di essere meno passivamente determinati da esse.
La propaganda conosce perfettamente questo territorio, anche senza avere mai letto Spinoza. Non deve necessariamente convincerci attraverso un'argomentazione. Può mostrarci continuamente qualcosa che ci spaventa finché cominciamo a percepirlo come onnipresente; ripetere un'associazione finché ci appare naturale; trasformare un episodio in una categoria e quella categoria in un nemico.
La semplificazione ha allora compiuto il salto decisivo. Non serve più soltanto a raccontare male la realtà. Serve a governare il modo in cui la percepiamo.
Credere è molto meno faticoso che comprendere
A questo punto sarebbe rassicurante immaginare la propaganda come qualcosa che qualcuno fa a qualcun altro. Da una parte il propagandista che manipola, dall'altra il cittadino che viene manipolato.
Anche questa, però, sarebbe una comoda semplificazione.
La propaganda funziona perché incontra qualcosa che esiste già in noi: il bisogno di rendere il mondo comprensibile, trovare relazioni causali, riconoscere appartenenze, sapere chi temere e possibilmente sapere da che parte stare.
La complessità produce incertezza e l'incertezza è faticosa. Dire non lo so significa sospendere il giudizio. Dire dipende significa accettare che la risposta possa cambiare secondo le circostanze. Cambiare opinione significa riconoscere che una nuova informazione può costringerci a modificare ciò che fino a ieri consideravamo vero.
Credere può essere molto più riposante.
Una volta costruita una rappresentazione coerente del mondo, ogni nuovo fatto trova facilmente il proprio posto. Se conferma ciò che pensiamo, diventa una prova. Se lo contraddice, può essere considerato un'eccezione, una manipolazione o persino un'ulteriore prova dell'esistenza di ciò che siamo già convinti di combattere.
Ed è qui che la propaganda raggiunge forse il suo risultato più importante. Non ci consegna semplicemente delle risposte.
Ci consegna un sistema nel quale non abbiamo più bisogno di fare domande.
Il suo potere più profondo, quindi, non consiste soltanto nel farci credere qualcosa di falso. Consiste nel modificare il criterio attraverso il quale decidiamo che cosa possa essere vero.
Alla domanda è accaduto? sostituiamo chi lo dice?. Alla domanda quali sono le cause? sostituiamo di chi è la colpa?. Invece di cercare ciò che potrebbe mettere in discussione la nostra convinzione, selezioniamo ciò che la conferma.
La propaganda, a quel punto, non deve più costringerci a credere.
Siamo noi a proteggerla dalle informazioni che potrebbero smentirla.
La propaganda non elimina la libertà: cerca di renderla inutile
È forse qui che il pensiero di Spinoza offre la provocazione più interessante. La sua filosofia politica attribuisce grande importanza alla libertà di pensiero e di espressione; nel Trattato teologico-politico sostiene che il potere politico non può realmente impadronirsi del pensiero degli individui e che la libertà intellettuale è compatibile con la stabilità dello Stato.
La propaganda contemporanea suggerisce però un problema ulteriore. Per limitare la libertà di pensiero non è sempre necessario proibire di pensare.
Può essere sufficiente renderlo superfluo.
Se possiedo già la spiegazione, il responsabile, il nemico e la soluzione; se ogni fatto nuovo viene immediatamente ordinato dentro una narrazione che conosco; se posso riconoscere ciò che è vero semplicemente identificando chi lo afferma, nessuno deve impedirmi di farmi domande.
Ho smesso di sentirne il bisogno.
È probabilmente questa la forma più sofisticata della propaganda: non quella che ci ordina che cosa pensare, ma quella che costruisce un ambiente nel quale alcune conclusioni ci sembrano così naturali da non accorgerci più di averle ricevute.
E allora la metafora iniziale acquista un significato meno retorico.
La semplificazione impoverisce la comprensione. La propaganda trasforma quell'impoverimento in uno strumento di potere. Ma il passaggio decisivo avviene quando quel potere non ha più bisogno di imporsi dall'esterno, perché siamo diventati noi stessi custodi della narrazione che ci rassicura.
La fatica di comprendere
Non possiamo eliminare la semplificazione dalla comunicazione. Sarebbe assurdo e, in fondo, anche questo articolo seleziona, ordina e lascia inevitabilmente qualcosa fuori.
La questione è che cosa facciamo della complessità che non possiamo raccontare.
Possiamo riconoscerne l'esistenza oppure fingere che non esista; presentare una spiegazione come parziale oppure come definitiva; usare un fatto per aprire una domanda oppure per chiuderla.
È qui che semplicità, semplificazione e propaganda prendono strade diverse.
La semplicità prova a rendere comprensibile la complessità. La semplificazione elimina ciò che disturba la spiegazione. La propaganda decide quale spiegazione deve prevalere e organizza la rappresentazione della realtà affinché quella conclusione appaia inevitabile.
Per questo difendersi dalla propaganda non significa soltanto imparare a riconoscere le bugie. Significa conservare la disponibilità a mettere in discussione anche ciò che vorremmo fosse vero.
Richiede tempo, dubbio e persino la disponibilità a cambiare idea. Richiede, in altre parole, esattamente ciò che la propaganda cerca di risparmiarci: la fatica di comprendere.
Spinoza non ci offre un'immunità dalla manipolazione. Ci lascia qualcosa di probabilmente più utile: l'idea che comprendere le cause di ciò che ci muove possa renderci meno passivi di fronte a esse. La sua filosofia politica lega inoltre la libertà alla possibilità di pensare, discutere e confrontarsi: persino la deliberazione collettiva migliora, nella sua analisi, attraverso il chiedere consiglio, ascoltare e discutere.
Forse allora il contrario della propaganda non è un'altra verità proclamata con maggiore sicurezza.
È qualcosa di molto più fragile e molto più difficile da governare.
La possibilità di continuare a fare domande.

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