Il dubbio, la comunicazione e quella strana ossessione per la coerenza
Cambiare idea non significa necessariamente riconoscere di avere avuto torto. A volte significa semplicemente che, nel frattempo, abbiamo capito qualcosa. Altre volte siamo noi a essere rimasti più o meno gli stessi mentre è cambiato ciò che avevamo davanti: sono accaduti fatti nuovi, sono mutate le condizioni, sono emerse conseguenze che non potevamo conoscere. Ciò che ieri appariva ragionevole oggi può quindi meritare di essere guardato di nuovo.
Continuare a sostenere la stessa cosa soltanto per poter dire di essere rimasti coerenti rischia, paradossalmente, di diventare una forma di incoerenza con la realtà. Perché la realtà cambia e ciò che accade intorno a noi finisce inevitabilmente per modificare anche noi.
Eppure abbiamo costruito intorno alla coerenza una specie di culto. «Ma dieci anni fa dicevi un'altra cosa» viene spesso utilizzato come argomento definitivo, quasi che tra quelle due affermazioni non potessero esserci dieci anni di esperienze, informazioni, errori, scoperte e avvenimenti. Naturalmente cambiare opinione non è automaticamente una virtù: si può cambiare per opportunismo, convenienza, paura o semplice conformismo. Ma neppure conservarla è automaticamente una dimostrazione di coerenza.
La domanda interessante, allora, non è se abbiamo cambiato idea. È perché.
Il dubbio non è indecisione
È qui che entra in gioco il dubbio. Non come debolezza, incapacità di scegliere o posizione vagamente comoda nella quale tutto è relativo e quindi niente merita davvero una decisione. Il dubbio può essere, al contrario, uno strumento di chiarezza: la disponibilità a mettere periodicamente alla prova ciò che pensiamo, cercando tanto le ragioni per confermarlo quanto quelle che potrebbero costringerci a modificarlo.
Non dubitiamo necessariamente perché abbiamo smesso di credere nelle nostre idee. Possiamo dubitare proprio perché vogliamo verificare se abbiamo ancora buone ragioni per crederci. Possiamo trovare conferme, scoprire nuovi argomenti che rendono una convinzione ancora più solida oppure incontrare fatti, esperienze e ragioni sufficienti a modificarla. In entrambi i casi il dubbio ha fatto il suo lavoro.
Mettere in discussione un'idea, quindi, non significa necessariamente indebolirla. Significa riconoscerle abbastanza valore da sottoporla alla prova della realtà.
Quando un'opinione diventa identità
Il problema è che le nostre idee non rimangono soltanto nella nostra testa. Le raccontiamo, le scriviamo, le pubblichiamo. E da quel momento può accadere qualcosa di curioso: un'opinione smette progressivamente di essere soltanto qualcosa che pensiamo e diventa qualcosa attraverso cui definiamo noi stessi.
La comunicazione contemporanea amplifica enormemente questo meccanismo. Post, commenti, interviste e dichiarazioni restano disponibili e qualcuno può sempre recuperare ciò che dicevamo cinque, dieci o quindici anni fa per metterlo accanto a ciò che diciamo oggi: «Ecco, prima sosteneva il contrario».
Come se questo bastasse.
Tra quelle due affermazioni possono esserci stati fatti nuovi, conoscenze che prima non possedevamo, esperienze, errori riconosciuti, conseguenze impreviste. In una parola, può esserci stato il tempo. E il tempo non si limita a passare: produce avvenimenti, modifica circostanze, aggiunge informazioni.
La coerenza rischia invece di essere misurata confrontando due dichiarazioni, anziché confrontare ciascuna di quelle dichiarazioni con la realtà nella quale è stata pronunciata. Ma una persona perfettamente coerente con ciò che sosteneva vent'anni fa potrebbe essere diventata, nel frattempo, profondamente incoerente con ciò che sa oggi.
La comunicazione come verifica
È qui che la comunicazione assume un ruolo decisivo. Comunicare non significa soltanto far conoscere agli altri ciò che pensiamo. Significa mettere ciò che pensiamo in relazione con ciò che pensano gli altri e con ciò che accade intorno a noi.
Una comunicazione capace di produrre conoscenza dovrebbe rendere possibile anche il cambiamento. Non limitarsi a registrare che qualcuno ha modificato un'opinione, ma provare a comprenderne il percorso: quali fatti sono cambiati, quali informazioni prima non possedeva, quale esperienza ha modificato il suo punto di vista, quale domanda ha incrinato una certezza.
Dire «ho cambiato idea» può essere una conclusione. La comunicazione comincia dalla domanda successiva: perché?
La differenza è sostanziale. Una comunicazione costruita soltanto per affermare posizioni tende a trasformarle in identità contrapposte. Una comunicazione capace di interrogare quelle posizioni può invece diventare uno strumento di conoscenza.
Il rischio dell'ascolto
C'è però una condizione piuttosto scomoda: se vogliamo che la comunicazione possa modificare ciò che pensiamo, dobbiamo accettare che l'altro possa avere qualcosa da dirci.
Possiamo discutere per ore senza concedere all'interlocutore la minima possibilità di modificare la nostra posizione. Aspettiamo il nostro turno, prepariamo la risposta mentre l'altro parla, selezioniamo nelle sue parole ciò che possiamo contestare e ignoriamo quello che potrebbe metterci in difficoltà. Formalmente stiamo conversando; in realtà stiamo alternando due monologhi.
Comunicare davvero comporta invece un piccolo rischio: la possibilità di non uscire dalla conversazione esattamente come ci siamo entrati.
Questo non significa essere obbligati a cambiare idea. Posso ascoltare, dubitare, verificare e infine confermare esattamente ciò che pensavo prima. Anche questo è un risultato: quella convinzione avrà attraversato una prova e ne sarà uscita probabilmente più consapevole.
Oppure qualcosa può cambiare. Un fatto che ignoravo, un'esperienza che non conoscevo, una domanda alla quale non avevo pensato possono costringermi a guardare diversamente ciò che fino a quel momento consideravo evidente. In questo caso cambiare opinione non rappresenta necessariamente la sconfitta della conversazione. Può essere, al contrario, la dimostrazione che quella conversazione è realmente avvenuta.
Essere coerenti con il metodo
Forse dovremmo allora smettere di considerare la coerenza esclusivamente come fedeltà alle conclusioni raggiunte. Possiamo essere coerenti anche con un metodo: osservare, informarsi, ascoltare, dubitare, verificare e scegliere. Poi, quando serve, ricominciare.
Questa forma di coerenza ammette qualcosa che la comunicazione pubblica sembra sopportare sempre meno: «non lo so», «mi ero sbagliato», oppure semplicemente «allora pensavo questo, oggi penso diversamente perché nel frattempo qualcosa è cambiato».
Non sono necessariamente dichiarazioni di debolezza. Possono essere la dimostrazione che tra ciò che pensiamo e ciò che accade esiste ancora una relazione.
Cambiare idea non significa aver tradito ciò che pensavamo ieri. A volte significa averlo preso abbastanza sul serio da verificarlo ancora oggi. E una convinzione non diventa più debole perché accetta di essere interrogata: diventa più consapevole.
Forse è proprio questo uno dei compiti più difficili della comunicazione: non soltanto permetterci di raccontare agli altri ciò che pensiamo, ma creare lo spazio nel quale possiamo scoprire se abbiamo ancora ragione di pensarlo.
Perché comunicare davvero significa correre un rischio: parlare per essere capiti, ma ascoltare sapendo che potremmo non uscire dalla conversazione esattamente come ci siamo entrati.

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