venerdì 21 agosto 2026

Excusatio non petita

Quando spiegare troppo indebolisce quello che diciamo

C'è un momento, durante una spiegazione, in cui abbiamo già detto tutto quello che serviva. Il problema è accorgersene.

Perché continuiamo.

Aggiungiamo una precisazione, poi un esempio, magari una parentesi per evitare che l'esempio venga frainteso. E siccome la parentesi potrebbe prestarsi a sua volta a qualche equivoco, precisiamo anche quella.

Fino all'inevitabile:

«Quello che volevo dire è…»

Che non promette mai niente di buono.

Non perché spiegare sia sbagliato, naturalmente. Spiegare significa cercare di rendere accessibile agli altri quello che pensiamo ed è uno degli strumenti fondamentali della comunicazione. Solo che, come accade con molte cose, oltre una certa dose l'effetto può rovesciarsi: a furia di spiegare rischiamo di rendere meno chiaro ciò che, almeno all'inizio, lo era.

Succede continuamente nelle conversazioni.

«Non volevo dire questo.»

«Cioè, volevo dire questo, ma non nel senso che hai capito tu.»

«Forse mi sono spiegato male.»

Dopo qualche minuto, una frase che conteneva dodici parole ha bisogno di una commissione parlamentare per essere interpretata.

Perché lo facciamo?

La risposta più semplice è che vogliamo essere capiti. Vero. Ma sospetto che non sia tutta la verità.

Molte volte vogliamo qualcosa di più: essere capiti esattamente come desideriamo noi.

Quando diciamo qualcosa, invece, perdiamo inevitabilmente una parte del controllo sul suo significato. Chi ci ascolta mette dentro le nostre parole la propria esperienza, quello che sa di noi, il rapporto che ha con noi, quello che è successo cinque minuti o cinque anni prima.

È inevitabile. Ed è anche piuttosto fastidioso.

Così proviamo a riprenderci il controllo aggiungendo parole. Precisiamo le intenzioni, anticipiamo le obiezioni, spieghiamo perché abbiamo fatto una cosa, perché non potevamo fare diversamente e, già che ci siamo, perché probabilmente chiunque al nostro posto avrebbe fatto lo stesso.

A quel punto, però, non stiamo più spiegando un comportamento. Stiamo preparando la difesa.

Gli antichi, che evidentemente avevano già incontrato persone molto loquaci, la sintetizzavano così:

Excusatio non petita, accusatio manifesta.

La giustificazione non richiesta finisce per somigliare a un'accusa contro se stessi.

Ma prenderei il proverbio con una certa cautela. Chi si giustifica senza che nessuno glielo abbia chiesto non è necessariamente colpevole di qualcosa. Può essere insicuro, può temere il giudizio, può avere semplicemente l'abitudine di spiegare troppo.

Il punto, dal punto di vista della comunicazione, è un altro: la spiegazione può creare proprio il sospetto che voleva evitare.

«Hai mandato quella mail?»

«No.»

Risposta completa.

Oppure:

«No, perché stamattina appena sono arrivato dovevo prima finire quella cosa di ieri, poi mi ha chiamato Marco, altrimenti l'avrei mandata, infatti avevo già aperto la bozza, però poi…»

La domanda riguardava una mail. Adesso, non so voi, ma io voglio sapere chi è Marco.

E soprattutto perché mi stai raccontando tutto questo.

La mail continua a non essere stata mandata. Quello che è cambiato è il significato della risposta. Adesso so anche che senti il bisogno di spiegarmi perché non l'hai mandata.

È un'informazione che non avevo chiesto e che inevitabilmente interpreterò.

Nelle relazioni accade qualcosa di simile. Spieghiamo troppo perché temiamo il giudizio dell'altro. Vorremmo che capisse quello che abbiamo fatto, naturalmente, ma anche perché avevamo buone ragioni per farlo.

Possibilmente vorremmo che, alla fine della spiegazione, fosse d'accordo con noi.

Qui nasce un equivoco piuttosto frequente.

«Non hai capito.»

Forse.

Ma potrebbe anche aver capito benissimo e non essere d'accordo.

Non è la stessa cosa.

Continuare a spiegare, in quel caso, non serve più a chiarire. Serve a tentare di portare l'altro dove vogliamo noi. Gli abbiamo consegnato il messaggio e adesso vorremmo consegnargli anche le istruzioni per interpretarlo.

L'eccesso di spiegazioni diventa così, qualche volta e senza intenzioni particolarmente malvagie, una piccola forma di controllo.

Nei rapporti personali si nota meno. Nella comunicazione pubblica è quasi un genere letterario.

Un'azienda prende una decisione impopolare e pubblica quattro pagine per spiegare quanto sia stata presa nell'interesse di tutti. Un politico riceve una domanda che richiederebbe trenta secondi e risponde per sette minuti. Un'istituzione usa cinquanta righe per dire qualcosa che ne richiederebbe cinque.

Naturalmente esistono questioni complesse che hanno bisogno di spiegazioni complesse. Ridurre tutto a uno slogan non è chiarezza, è semplicemente ridurre tutto a uno slogan.

Però arriva un momento in cui, davanti alla ventesima precisazione, cominciamo a domandarci:

«Se è davvero così, perché me lo stai spiegando così tanto?»

Ed ecco il paradosso. Il tentativo di rassicurare comincia a produrre diffidenza. La volontà di dimostrare la propria buona fede fa nascere la domanda sul perché sia necessario dimostrarla.

Non è una prova di colpevolezza. È comunicazione.

O meglio, è quella parte della comunicazione che sfugge alle nostre intenzioni.

Noi pensiamo di comunicare una cosa e, nel tentativo di renderla inattaccabile, ne comunichiamo accidentalmente un'altra.

C'è infine un problema che mi sembra ancora più semplice: quando diciamo tutto, all'altro cosa resta da fare?

Una conversazione ha bisogno di uno spazio nel quale qualcuno possa entrare. Una domanda, una pausa, perfino un dubbio. Se occupiamo quello spazio con tutte le spiegazioni possibili, non stiamo più conversando. Stiamo facendo una conferenza stampa. E magari senza giornalisti.

Forse l'equivoco nasce dall'idea che comunicare bene significhi eliminare ogni possibile ambiguità.

Non credo sia possibile.

Una comunicazione completamente priva di ambiguità forse esiste nei manuali d'istruzioni. E, dopo aver provato qualche volta a montare un mobile, ho dei dubbi anche su quelli.

Possiamo scegliere le parole, cercare di essere chiari, accorgerci di un fraintendimento e provare a correggerlo.

Poi, però, dobbiamo accettare una cosa abbastanza elementare: quello che abbiamo detto è arrivato dall'altra parte.

E dall'altra parte c'è un'altra persona.

A quel punto possiamo ancora aggiungere una spiegazione.

Oppure possiamo fare una cosa molto più difficile.

Fermarci.

Perché qualche volta comunicare bene non significa trovare altre parole.

Significa riconoscere che quelle necessarie le avevamo già dette.

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