venerdì 28 agosto 2026

Il diritto di non avere un’opinione

C’è una frase che sta lentamente scomparendo dal linguaggio contemporaneo: «Non lo so.» Non è particolarmente elegante. Non fa curriculum. Sui social raccoglie pochi like e nei talk show rischia di compromettere seriamente una carriera. Eppure è una frase straordinariamente precisa. Significa: non possiedo informazioni sufficienti per avere un’opinione. Che dovrebbe essere una condizione abbastanza normale per un essere umano che, mediamente, ignora quasi tutto ciò che esiste.

Invece abbiamo sviluppato una curiosa convinzione: dobbiamo avere un’opinione su tutto. Guerre, vaccini, intelligenza artificiale, cambiamento climatico, economia, immigrazione, educazione, energia nucleare, geopolitica, alimentazione, giustizia. Possibilmente entro cinque minuti dalla notizia. Se succede qualcosa dall’altra parte del mondo, abbiamo appena il tempo di scoprire dove si trovi sulla carta geografica prima che qualcuno ci chieda: «Tu che ne pensi?»

E noi pensiamo. O almeno ci proviamo. Perché rispondere «non ne so abbastanza» produce uno strano imbarazzo. Sembra una resa, una mancanza di personalità, quasi una confessione d’inadeguatezza. Così improvvisiamo. Leggiamo un titolo, magari due. Un post di qualcuno che sembra sapere quello che dice. Un video di quarantasette secondi con una musica inquietante sotto. E siamo pronti. Abbiamo un’opinione.

Il problema non è soltanto che sappiamo poco. È che dobbiamo decidere molto rapidamente da che parte stare. La comunicazione contemporanea ama le posizioni nette: sì o no, favorevole o contrario, con noi o contro di noi. Persino il dubbio deve scegliere da che parte stare.

Ma il pensiero funziona diversamente. Ha bisogno di tempo, contraddizioni, informazioni che disturbano quello che già pensiamo. Ha bisogno persino della possibilità, piuttosto antipatica, che l’altro abbia qualche ragione. Avere un’opinione dovrebbe essere il punto d’arrivo di un percorso. Noi l’abbiamo trasformata nel punto di partenza. Prima scegliamo cosa pensare, poi cerchiamo gli argomenti che ci permettono di continuare a pensarlo. È molto più comodo. Anche perché dire «non lo so» comporta un rischio enorme: qualcuno potrebbe provare a spiegarcelo. E allora toccherebbe ascoltare.

Non avere un’opinione, però, non significa essere indifferenti. Posso interessarmi a qualcosa senza aver ancora deciso cosa pensarne. Posso ascoltare due persone in disaccordo senza sentire l’urgenza di eleggere immediatamente un vincitore. Posso persino cambiare idea senza che venga convocato un tribunale per stabilire quale delle mie due versioni fosse quella autentica.

Forse dovremmo recuperare una piccola zona franca del pensiero. Uno spazio tra «non mi interessa» e «so esattamente come stanno le cose». In quello spazio abitano frasi ormai considerate sospette: «Non ne so abbastanza», «Devo pensarci», «Non sono sicuro», «Su questo potrei sbagliarmi», «Quello che dici mette in dubbio qualcosa che pensavo».

Non sono frasi deboli. Sono frasi pericolosissime, perché rendono molto più difficile manipolarci. Chi è certo di tutto deve soltanto trovare qualcuno che gli dica ciò di cui essere certo. Chi dubita, invece, fa domande. E le domande hanno un brutto vizio: qualche volta pretendono risposte.

Forse dovremmo allora rivendicare un diritto che nessuna costituzione ha ancora sentito il bisogno di inserire tra quelli fondamentali: il diritto di non avere un’opinione. Di sospendere il giudizio, di informarci, di ascoltare. Di dire semplicemente: «Non lo so ancora».

Quell’ancora cambia tutto. Perché non chiude una porta, la lascia aperta. E in un tempo in cui tutti sembrano avere qualcosa da dire su tutto, forse una delle forme più radicali di libertà è concedersi il lusso di aspettare prima di parlare.

Del resto, l’ignoranza non comincia quando non sappiamo qualcosa. Quella è soltanto la condizione umana.

Comincia quando smettiamo di volerlo sapere perché abbiamo già un’opinione. Preconfezionata.

Così secondo me acquista molto: sembra un articolo, non la trascrizione di un monologo, ma conserva le pause nei punti in cui servono davvero.

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